Ecco perché dobbiamo “ripassare” il Bauhaus

di Danilo Sergiampietri

Ho visto un’interessante mostra fotografica al LAS, “Architettura del Bauhaus 1919-1933”, mostra itinerante proposta in occasione del centenario della fondazione della celebre scuola di arte, design e architettura fondata nel 1919 a Weimar dal Walter Gropius.

Le celebrazioni per il centenario sono affrontate con molto impegno in Germania, qui da noi molto meno, per adesso.

I motivi di interesse della mostra sono per noi architetti molteplici.
Prima di tutto, un utile ripasso di quanto studiato ormai qualche anno fa all’università, magari su libri di testo con piccolissime foto in bianco e nero.
Poi, la verifica di quanto siano importanti l’alfabeto ed il vocabolario architettonici inventati dai fondatori del Movimento Moderno, lettere e parole che noi faticosamente cerchiamo di usare quotidianamente ma che spesso, a distanza di un secolo, ancora non vengono compresi da tutti.
C’è poi lo stupore davanti alle foto, scattate proprio in occasione della mostra dal fotografo d’architettura Hans Engels, stupore per lo stato di conservazione degli edifici:
perfetti, puliti, restaurati filologicamente in ogni dettaglio, sia all’interno che all’esterno.

Per capire meglio l’importanza dei restauri effettuati basta vedere una delle foto in bianco e nero tratta dal libro su cui ho studiato all’università che testimonia la condizione del complesso nel 1957.

Ma la cosa più emozionante è stato scovare tra i pannelli esplicativi della mostra una citazione di Mies van der Rohe che non può che esserci di aiuto in quelle lunghe giornate passate a cercare di orientarci tra incomprensibili cavilli, norme e regolamenti.

«L’architettura comincia là dove si mettono insieme con cura due mattoni. L’architettura è un linguaggio dal rigore di una grammatica, nella vita quotidiana un linguaggio si può usare come prosa, e chi è molto bravo può essere un poeta.»

(Ludwig Mies van der Rohe)